Psicologia

Anatomia di un cassetto pieno

La psicologia dietro il conservare cose che non usiamo

Andrés Giustini··5 min di lettura
Cassetta di legno con la scritta «Kraft Cheese» piena di buste di fotografie Kodak e ritratti d'epoca, su un tavolo di legno in penombra.
Foto di portariviste vintage Foto di Annie Spratt su Unsplash.

Non sai esattamente a cosa serva, non ricordi quando l’hai messo lì e, se domani sparisse, probabilmente non te ne accorgeresti nemmeno. Eppure è ancora lì: il cavo di un dispositivo che non possiedi più, una chiave che non sai cosa apra, una scatola vuota, un caricabatterie obsoleto o una busta piena di altre buste.

Quando qualcuno propone di liberarsene, emerge una reazione quasi automatica: «Aspetta, e se poi serve?». Ma la domanda analitica è un’altra: e se poi serve per cosa? Nella maggior parte dei casi, quegli oggetti passano mesi, anni o decenni senza essere più utilizzati, occupando uno spazio immutabile.

La credenza comune tende ad attribuire questo comportamento alla mancanza di organizzazione, alla pigrizia o al semplice disordine. La psicologia cognitiva e comportamentale offre però una lettura molto più profonda: conservare oggetti di cui non abbiamo bisogno non è un difetto di disciplina, ma una strategia mentale per gestire la sicurezza, l’incertezza e la memoria.

La memoria della scarsità e le regole invisibili

Una delle ragioni più radicate per conservare gli oggetti è la cosiddetta memoria della scarsità. Questo fenomeno si manifesta quando una persona —o le figure di riferimento che l’hanno cresciuta— ha attraversato fasi in cui la mancanza di una risorsa di base rappresentava un problema reale. In contesti di privazione o di incertezza economica, sostituire qualcosa di rotto non era un’opzione accessibile; la regola adattativa era riparare, riutilizzare e sfruttare tutto.

Quando il cervello impara che disfarsi di qualcosa di utile può comportare un rischio, consolida uno schema di protezione. Anche se le circostanze sono cambiate e oggi l’oggetto è facilmente sostituibile, la sensazione di pericolo percepito persiste. Chi ragiona secondo questo schema non vede un cassetto pieno di cianfrusaglie: vede possibilità, risorse e soluzioni già pronte per problemi che non esistono ancora.

Nella psicologia dell’apprendimento, tutto questo si manifesta spesso come comportamento intergenerazionale. Molte persone non hanno vissuto la scarsità in prima persona, ma sono cresciute ascoltando frasi come: «Non buttarlo, quello serve ancora». Con il tempo, queste indicazioni diventano regole invisibili che continuano ad agire in modo implicito, generando disagio o senso di colpa all’idea di scartare un bene.

La riduzione dell’incertezza: l’oggetto come garanzia di controllo

Esiste un profilo di conservazione che non guarda al passato, ma al futuro. Per le persone con un alto bisogno di strutturazione o con la tendenza ad anticipare scenari avversi, l’incertezza genera uno stato di tensione interna. In questi casi, accumulare determinati elementi funziona come un meccanismo di coping per ridurre quell’ansia.

Ogni oggetto conservato agisce come una piccola garanzia psicologica:

  • «Se si rompe il cavo principale, ho questo di scorta».
  • «Se devo imballare qualcosa, ho la scatola».

Anche se la probabilità di usare quegli adattatori o accessori è minima, la sola certezza della loro disponibilità offre un’immediata sensazione di tranquillità e di preparazione. Non si conserva l’oggetto in sé per il suo valore intrinseco, ma per il controllo che offre su un ambiente imprevedibile. Questo schema tende a coesistere con comportamenti come la pianificazione minuziosa, la stesura di liste e la preferenza per ambienti altamente prevedibili.

L’ancora emotiva e l’effetto dotazione

La terza ragione —e quella dal peso affettivo maggiore— si presenta quando gli oggetti smettono di essere strumenti pratici e si trasformano in ancore di memoria. Un biglietto del cinema rovinato, un capo di abbigliamento in disuso o un vecchio telefono cellulare smettono di essere valutati per la loro utilità funzionale e diventano estensioni della propria identità o testimonianze di fasi passate.

Dal punto di vista della psicologia sperimentale, questo fenomeno è legato all’effetto dotazione (endowment effect), la tendenza distorta a valutare molto di più un bene per il solo fatto di possederlo e per la carica affettiva che gli abbiamo trasferito.

Quando un oggetto simboleggia un’esperienza, un legame o una versione precedente di noi stessi, separarsene non viene elaborato come una decisione logistica di pulizia, ma come una perdita personale. Ciò che è difficile lasciare andare non è la materia fisica, ma la storia e l’emozione che l’oggetto custodisce.

Quando smette di essere un comportamento adattativo?

È fondamentale distinguere la conservazione quotidiana di oggetti dal disturbo da accumulo (hoarding disorder), diagnosticato clinicamente in manuali come il DSM-5.

  • Nell’ambito quotidiano: conservare le cose è un comportamento profondamente umano e adattativo, che risponde ad affetto, previdenza o abitudine. La persona mantiene la capacità di usare i propri spazi abitativi e di prendere decisioni su cosa scartare, anche se ciò le genera qualche dubbio o nostalgia.
  • Nell’ambito patologico: il disturbo implica una difficoltà persistente e severa a disfarsi dei propri beni, indipendentemente dal loro valore reale, accompagnata da un disagio clinicamente significativo e da un deterioramento dell’abitabilità della casa e del funzionamento quotidiano.

Nel comportamento quotidiano, il punto di svolta non risiede nella quantità di beni che possediamo, ma nella relazione emotiva con essi: quando l’atto di conservare smette di essere una scelta deliberata e diventa una risposta guidata dall’angoscia o dal bisogno difensivo.

Una riflessione finale

La prossima volta che ti troverai davanti a quel cassetto pieno di cose che non usi da anni, invece di giudicarti per la mancanza di ordine, prova a cambiare prospettiva. La domanda utile non è solo «a cosa serve questo?», ma «quale bisogno o quale storia rappresenta per me?».

Spesso la risposta non parla degli oggetti sul tavolo, ma dei meccanismi con cui la nostra mente cerca sicurezza, identità e certezza in un mondo in costante cambiamento.

Riferimenti e supporto scientifico

  • La psicologia della scarsità. Mullainathan, S., & Shafir, E. (2013). Scarcity: perché avere poco significa tanto. Il Saggiatore. Consultare sul sito dell’editore
  • Gli oggetti come estensione dell’identità. Belk, R. W. (1988). Possessions and the Extended Self. Journal of Consumer Research, 15(2), 139-168. Consultare su Oxford Academic
  • La prova sperimentale dell’effetto dotazione. Kahneman, D., Knetsch, J. L., & Thaler, R. H. (1990). Experimental Tests of the Endowment Effect and the Coase Theorem. Journal of Political Economy, 98(6), 1325-1348. Consultare lo studio (DOI)
  • I beni posseduti come ancora contro l’incertezza. Morrison, K. R., & Johnson, C. S. (2011). When what you have is who you are: self-uncertainty leads individualists to see themselves in their possessions. Personality and Social Psychology Bulletin, 37(5), 639-651. Consultare lo studio su PubMed
  • Il quadro diagnostico del disturbo da accumulo. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5ª ed.). American Psychiatric Publishing. Consultare su PsychiatryOnline
  • Il modello cognitivo-comportamentale dell’accumulo compulsivo. Frost, R. O., & Hartl, T. L. (1996). A cognitive-behavioral model of compulsive hoarding. Behaviour Research and Therapy, 34(4), 341-350. Consultare lo studio su PubMed
  • Lettura divulgativa sull’accumulo. Frost, R. O., & Steketee, G. (2010). Stuff: Compulsive Hoarding and the Meaning of Things. Houghton Mifflin Harcourt. Consultare su Google Books
  • Lettura divulgativa sui bias cognitivi. Kahneman, D. (2011). Pensieri lenti e veloci. Mondadori. Consultare su Google Books
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Scritto da
Andrés Giustini

Scrive di salute, nutrizione e delle certezze che nessuno rimette in discussione.

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